la medicina politica
09/10/07
Esculapio fu un medico greco vissuto a cavallo
dell’anno 400 a.c. È considerato il primo fra tutti i
medici perché introdusse il concetto che la malattia
fosse legata a condizioni umane e non ad intervento
divino. È dai suoi tempi, cioè da 2400 anni, che la
medicina si definisce in un un rapporto a due fra il
malato ed il curante, fra il Paziente ed il suo
Medico.
Nella seconda metà del secolo scorso un nuovo soggetto si è inserito fra i due attori principali dell’atto medico: si tratta delle mutue, cioè di un agente il cui ruolo è pagare, al posto dell’ammalato, il medico e le altre spese sanitarie.
Dagli anni settanta, con la riforma sanitaria, le mutue sono state concentrate in una unica figura che è il Servizio Sanitario Nazionale, che è in questo modo diventato il rubinetto di tutta la disponibilità finanziaria della sanità del nostro paese. Non solo, ma il SSN si è definito come il soggetto che paga i servizi della salute e al tempo stesso quello che li fornisce: ospedali, farmaci, diagnostica, medici convenzionati e quant’altro.
Nei giro di qualche anno il cuneo del SSN fra il paziente ed il suo medico si è allargato introducendo nuove regole e limitazioni nel loro rapporto, come ad esempio la regolamentazione del prontuario farmaceutico, tutto sommato legittima da parte di un istituto assicuratore in un mondo di risorse non senza fondo.
Da qualche anno, però, il Medico di Famiglia assiste sbigottito al prendere forma di un disegno di totale riorganizzazione del rapporto fra lui e il paziente, dove il Medico (a dispetto delle parole) perde del tutto il suo ruolo di curante per essere inserito in una griglia burocratica fatta di ASL, NCP, UTAP, assistenti sociali, personale infermieristico, dirigenti amministrativi...
Va sottolineato che quello che il SSN vuole riorganizzare è un servizio, quello di curare il paziente, che il Medico di Famiglia svolge già ora benissimo e con totale soddisfazione del paziente.
In una parola stiamo assistendo alla nascita di quella che io definisco la "medicina politica", cioè una sanità non più basata su criteri medici e scientifici, ma su bisogni prettamente economici e politici, quando non addirittura di spartizione partitica.
In questa ottica il paziente non è più “Persona” curata dal proprio Medico secondo esperienza, scienza, coscienza, linee guida e quant’altro, ma un oggetto spersonalizzato da inserire in una griglia disegnata da economisti, dove deve adeguarsi ad omogeneizzarsi a definizioni come ADP di primo, secondo o terzo livello, e soggetto di progetti quale il progetto diabete, il progetto rene e gli altri che verranno.
Nella pratica della “medicina politica” il ruolo del Medico non è più di dedicare il proprio tempo alla persona bisognosa di cure che a lui si rivolge, ma di adoperarsi per incastrare un paziente rotondo nel buco quadrato di un protocollo gestionale: deve arruolare pazienti, eseguire esami che piovono d’autorità ad intervalli prefissati, indipendentemente dal suo giudizio clinico, annotarli e spedirli.
A chi giova la medicina politica? Al dirigente amministrativo che riceve lucrosi premi per il raggiungimento di obiettivi da lui stesso fissati, o al paziente, magari quello del progetto diabete a cui il SSN non concede più nemmeno le strisce reattive per la misurazione della glicemia, per mancanza di fondi?
Non so se questa medicina politica sarà in grado di realizzarsi o imploderà sotto il peso insopportabile della propria burocrazia e della propria inutilità, ma in 2400 anni questo mi sembra uno dei momenti più critici per i discendenti di Esculapio.
(G.B.)
Nella seconda metà del secolo scorso un nuovo soggetto si è inserito fra i due attori principali dell’atto medico: si tratta delle mutue, cioè di un agente il cui ruolo è pagare, al posto dell’ammalato, il medico e le altre spese sanitarie.
Dagli anni settanta, con la riforma sanitaria, le mutue sono state concentrate in una unica figura che è il Servizio Sanitario Nazionale, che è in questo modo diventato il rubinetto di tutta la disponibilità finanziaria della sanità del nostro paese. Non solo, ma il SSN si è definito come il soggetto che paga i servizi della salute e al tempo stesso quello che li fornisce: ospedali, farmaci, diagnostica, medici convenzionati e quant’altro.
Nei giro di qualche anno il cuneo del SSN fra il paziente ed il suo medico si è allargato introducendo nuove regole e limitazioni nel loro rapporto, come ad esempio la regolamentazione del prontuario farmaceutico, tutto sommato legittima da parte di un istituto assicuratore in un mondo di risorse non senza fondo.
Da qualche anno, però, il Medico di Famiglia assiste sbigottito al prendere forma di un disegno di totale riorganizzazione del rapporto fra lui e il paziente, dove il Medico (a dispetto delle parole) perde del tutto il suo ruolo di curante per essere inserito in una griglia burocratica fatta di ASL, NCP, UTAP, assistenti sociali, personale infermieristico, dirigenti amministrativi...
Va sottolineato che quello che il SSN vuole riorganizzare è un servizio, quello di curare il paziente, che il Medico di Famiglia svolge già ora benissimo e con totale soddisfazione del paziente.
In una parola stiamo assistendo alla nascita di quella che io definisco la "medicina politica", cioè una sanità non più basata su criteri medici e scientifici, ma su bisogni prettamente economici e politici, quando non addirittura di spartizione partitica.
In questa ottica il paziente non è più “Persona” curata dal proprio Medico secondo esperienza, scienza, coscienza, linee guida e quant’altro, ma un oggetto spersonalizzato da inserire in una griglia disegnata da economisti, dove deve adeguarsi ad omogeneizzarsi a definizioni come ADP di primo, secondo o terzo livello, e soggetto di progetti quale il progetto diabete, il progetto rene e gli altri che verranno.
Nella pratica della “medicina politica” il ruolo del Medico non è più di dedicare il proprio tempo alla persona bisognosa di cure che a lui si rivolge, ma di adoperarsi per incastrare un paziente rotondo nel buco quadrato di un protocollo gestionale: deve arruolare pazienti, eseguire esami che piovono d’autorità ad intervalli prefissati, indipendentemente dal suo giudizio clinico, annotarli e spedirli.
A chi giova la medicina politica? Al dirigente amministrativo che riceve lucrosi premi per il raggiungimento di obiettivi da lui stesso fissati, o al paziente, magari quello del progetto diabete a cui il SSN non concede più nemmeno le strisce reattive per la misurazione della glicemia, per mancanza di fondi?
Non so se questa medicina politica sarà in grado di realizzarsi o imploderà sotto il peso insopportabile della propria burocrazia e della propria inutilità, ma in 2400 anni questo mi sembra uno dei momenti più critici per i discendenti di Esculapio.
(G.B.)